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Mary Harron, "American Psycho" | Audiovisione
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Mary Harron, “American Psycho”

Non era facile portare sugli schermi il romanzo a suo modo geniale di Bret Easton Ellis, opera emblematica degli anni ’80.Ci aveva provato Oliver Stone con protagonista Leonardo Di Caprio ma il progetto non è andato in porto.

Ed è un peccato perché probabilmente il regista di Assassini nati era più adatto di Mary Harron a filmare questa storia di follia americana. Il volto pulito e perfettino di Leonardo sarebbe stato poi una ciliegina sulla torta incredibilmente indovinata.

Gli anni ’80 dicevamo: gli abiti firmati, il fitness… e la cocaina. Il romanzo era un requiem morboso e irrequieto del crepuscolo di quell’epoca e dipingeva un affascinante «deserto della ricchezza», popolato di correttezza politica organizzata in formule e slogan da recitare ai party, mentre Reagan si toglieva un altro tumore benigno.

Erano gli anni in cui il vuoto edonista nel quale tutti eravamo caduti cominciava a essere visibile; valori non ce ne sono nemmeno adesso e qualcuno prova a imporre lo stesso vuoto reaganiano di quegli anni ma almeno il deserto morale non è più sepolto sotto tonnellate di maschere per il viso e abiti di Valentino.

Ellis esprimeva la vacuità imitando i ritmi della vita come si era ridotta: la noia, la coazione a ripetere, la recitazione di parole che nemmeno chi parlava stava ad ascoltare. Di capirle le parole… bè lasciamo perdere. Lo stile delle case era minimalista: colori freddi e lucidi, mobili tutti ben levigati come specchi, un candore ossessivo e inquietante dappertutto. Un candore da cimitero.

È in questi ambienti che vive Patrick Bateman, lo yuppie di Wall Street che ha paura soprattutto che qualcuno possa lasciare un alone sui suoi mobili o sulla sua giacca.

Il protagonista pratica l’ascesi del fitness e delle prenotazioni al ristorante più esclusivo; non ha bisogno di lavorare: suo padre è il padrone e quindi basta entrare in ufficio e far finta.

Frequentare gli altri non serve a nulla quindi anche lì basta far finta, in pratica basta far finta di vivere. Il freddo mortuario e indifferente del romanzo è reso molto male nel film: le enumerazioni esasperanti di Ellis non trovano una tecnica cinematografica equivalente ed è un peccato perché quello era in assoluto l’aspetto più interessante dell’opera.

D’altra parte un certo tipo di film hollywodiano non avrà mai il coraggio di sfruttare poeticamente la noia. Il film della Harron mette pedissequamente in scena tutti gli spunti visivi e drammatici del romanzo ma non ne coglie né lo spirito né l’atmosfera, ma soprattutto ignora del tutto il ritmo ossessivo scandito dai nomi delle marche e delle firme che occupano l’80% delle pagine di Ellis.

La regista non riesce a dipingere un personaggio abbastanza vuoto e così prova a usare l’espediente della voce fuori campo per convincere lo spettatore. E fallisce: infatti la versione cinematografica suggerisce una pietà e un’autocoscienza, insomma una labile traccia di sentimenti in Bateman del tutto assenti nell’America Psycho originale. Consiglio a tutti di andare a recuperare il libro e di lasciar perdere il film.

Se poi proprio non avete voglia di leggervi le quattrocento pagine del romanzo, andate pure a vedere questo film ma vi avviso che è una copia smorta.
Solo sulla pagina scritta potrete provare un brivido di terrore per Patrick Bateman, un uomo capace di uccidere perché qualcuno si è fatto stampare un biglietto da visita infinitamente più bello e elegante del suo.