Alberto Rondalli, Il derviscio

Dato che molti saranno dissuasi dall’andare a vedere questo film per lo scarso appeal dell’argomento, mi concedo rispetto al solito qualche parola in più sulla trama, speranzoso che il chiarimento possa spingere il lettore a recarsi in sala a vedere quest’ottima opera, tratta dal libro più importante per il popolo bosniaco, Il Derviscio e la morte di Mesa Selimovic, ambientato nella “periferia” dell’impero turco nei primi del ‘900. “Derviscio” è la parola turca per dire “Sufi”, termine dall’etimologia incerta che indica il massimo grado di realizzazione spirituale dell’esoterismo islamico… una precisazione necessaria per chi pensasse che i dervisci sono “quei danzatori che girano su se stessi”.

Ahmed Nuridin è uno “Sceicco” cioè Colui che ha il permesso di “ricollegare” il discepolo ad una catena iniziatica che risale direttamente al profeta Muhammad… questo per dire che – come nell’opera precedente (Padre Pio) – il regista lecchese Alberto Rondalli si occupa di un uomo vicino alla santità; questa volta però non è la storia di un’ascesa ma di una caduta.

Il fratello di Ahmed è stato ingiustamente imprigionato e giustiziato; lo Sceicco all’inizio attende che si compia il volere di Allah, convinto che la giustizia terrena sia solo un riflesso di quella celeste ma sfortunatamente non tutti gli uomini sono all’altezza… In una scena molto toccante il maestro parla ai suoi discepoli definendo il delitto contro suo fratello un delitto contro tutti gli uomini; qui inizia la caduta del Sufi perché dalla contemplazione e dalla preghiera scivola sul piano nell’azione, da monaco si degrada in guerriero, anzi peggio in “politico”, sobillando una rivolta che porterà alla destituzione del Cadì che ha segnato il destino di suo fratello. La punizione sarà tremenda: una volta preso il posto del suo avversario, ad Ahmed toccherà di firmare la condanna del suo migliore amico, Hasan.

Antonio Buil Puejo ripete l’interpretazione ispirata di Padre Pio; d’altra parte è favorito nell’impresa dal volto che gli ha dipinto la natura: guance scavate e zigomi sporgenti, occhi profondi e sguardo ieratico, sembra uscito da un’icona a due dimensioni. Bravi anche gli altri interpreti, tutti turchi (il film infatti è stato girato in Cappadocia).

Quanto a Rondalli è da lodare innanzi tutto la scelta del tema: il “cine-giornale” italiano è pieno zeppo di inquirenti tettone, giudici poetici e carabinieri coraggiosi; un titolo che si elevi a trattare qualcosa al di sopra della pura cronaca e del puro materialismo è ben venuto. Poi Rondalli è un buon regista che sa dosare luci, ombre e cadenze delle inquadrature; certo c’è sempre l’impressione che gli manchi quel quid che aiuta a salire l’ultimo gradino, quello del genio… ma – se è per questo – quello manca anche a Nanni Moretti.

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